Un tuffo nell'archeologia

La storia di quest’angolo di Sicilia affonda le sue radici a oltre 2000 anni fa e le testimonianze di quell’epoca si possono vedere tanto a Selinunte quanto nelle cave di Cusa da cui veniva ricavato il materiale per la costruzione dei templi, quanto ancora nei fondali dove venne poi ritrovato anche il Satiro danzante. Il visitatore che arriva a Selinunte, la città greca fondata dagli abitanti di Megera Hyblaea intorno al 628 a.C., si ritrova davanti ad uno dei più ricchi e suggestivi parchi archeologici del mondo, il più grande dell’Europa. Gli avanzi dell’acropoli con le alte mura di difesa, l’imponenza delle rovine dei templi, assieme ai tre templi della collina orientale offrono suggestioni irripetibili, in un misto di sicilianità, grecità, mito e natura, e immergono il visitatore nella storia di una città che ha vissuto momenti di grande sviluppo nel V secolo a.C.
Il turista può continuare la sua scoperta del passato di quest’angolo di Sicilia, continuando la visita presso le Cave di Cusa il cui nome deriva dall’ex e più recente proprietario, Barone Cusa. Qui si possono ritrovare le tracce più emozionanti dell’epoca in cui i coloni greci di Selinunte estrassero 150.000 metri cubi di tufo calcareo, ideale per la costruzione dei loro magnifici templi.
È’ questo un luogo straordinario, distante ca. 11 km da Selinunte, unico nel mondo archeologico, che crea con la vegetazione un ambiente di grande suggestione: qui il tempo si è fermato nel lontano 409 a. C. quando Annibale, figlio di Giscone, colse di sorpresa gli abitanti di Selinunte e assediò la città distruggendola. Nell’area della cava, lunga ca. 1,7 Km , a più dislivelli, aspra e verde, l’attività estrattiva ed il lavoro di preparazione e di trasporto dei rocchi furono interrotti, e mai più ripresi, per l’improvvisa e incombente minaccia cartaginese: alcuni blocchi appena abbozzati o incompleti vennero lasciati nel loro stato di lavorazione, altri già tagliati e pronti furono abbandonati sul terreno, mentre quelli che stavano per essere trasportati a Selinunte vennero scaricati lungo la strada. Qui si riesce a leggere il procedimento usato per ricavare con scalpello e martello i tamburi delle colonne. Le incisioni circolari nella roccia indicano il lavoro preliminare di estrazione, cui seguiva lo scavo in profondità attorno ad esse, fino al punto in cui si riteneva possibile estrarre il tamburo; una volta tagliato, questo veniva probabilmente rivestito da una intelaiatura di legno e trasferito su di un robusto carro trainato da buoi. Di straordinaria suggestione, oltre alle incisioni sulla roccia sono i tagli profondi attorno a due enormi rocchi ancora attaccati al fondo calcareo.
E’ risaputo che il tratto di mare che collega la Sicilia occidentale all’Africa settentrionale è stato in epoca storica ricco di traffici commerciali e di aspre lotte che hanno lasciato nei fondali un autentico patrimonio archeologico. E’ proprio in questi fondali che venne ritrovato il Satiro Danzante oggi custodito presso il Museo del Satiro di Mazara del Vallo. Rarissimo esempio di statuaria bronzea greca del IV secolo a.C., con influssi prassitelici e scopadei, la statua rappresenta un giovane satiro dalle orecchie aguzze, facente parte del corteo orgiastico che accompagnava il dio del vino Dioniso; è in atteggiamento di danza vorticosa, con la gamba sinistra sollevata, il busto ruotato e le braccia distese.  La testa, abbandonata all’indietro fin quasi a toccare le spalle, offre i capelli al vento in ciocche e fa ritenere che il danzatore sia vicino al delirio. Nella mano sinistra teneva un calice, inclinato perché vuoto del vino, nella destra stringeva  la canna del tirso.
Il Museo del Satiro espone inoltre reperti provenienti dalle acque del canale di Sicilia, fra cui il frammento bronzeo di zampa di elefante di epoca punico-ellenistica, un calderone bronzeo di epoca medievale, una selezione di anfore da trasporto di epoca arcaica, classica, ellenistica, punica, romana e medievale. Sono esposti anche due cannoni in ferro provenienti da Torretta Granitola, da cui provengono alcuni capitelli corinzi e ionici anch’essi esposti.